Il viaggio – una necessità o un modo di vivere?

“Il mondo è un libro e coloro che non viaggiano ne leggono soltanto una pagina”, diceva Sant’Agostino, un uomo santo, colto e saggio, che ai suoi tempi (era nato nel 354 d. C.), probabilmente non immaginava che diversi secoli dopo sarebbero bastate poche ore di volo per spostarsi da una parte del mondo all’altra.

Se nell’antichità si viaggiava a piedi o a cavallo, sul cammello, sul carro o sulle navi, anche nel Medioevo viaggiare era faticoso e richiedeva giorni, settimane o mesi. I primi esploratori usarono il loro spirito dell’avventura per spingersi verso l’ignoto e con l’aiuto di pochi strumenti scoprirono i confini di quello che noi oggi chiamiamo il mondo. Pensiamo a Marco Polo e al suo viaggio (dal 1271 al 1295) per arrivare in Cina o a Cristoforo Colombo che nel 1492 approdò con le barche nelle Americhe. Nei successivi secoli si compilarono le cartografie e nacquero i primi mappamondi. Si viaggiava per motivi di studio, fede, dovere o necessità (cavalieri, mercanti, pellegrini, ambasciatori).

Tra Sei e Settecento il viaggiare divenne parte integrante dell’educazione di ogni gentiluomo.  Nacque una nuova nozione del viaggio inteso come un’esperienza fondamentale per la formazione di un’individuo. Muoversi con la carrozza sulle pessime strade in quei tempi era una vera tortura. Mozart, che fu uno dei primi compositori ad intraprendere il Gran Tour (comprendeva di solito Germania, Italia, Francia, Svizzera e Inghilterra), lamentava così le difficolta, scrivendo al padre; “…non si può chiudere occhio per un solo minuto. Queste carrozze ci strattonano fin dentro all’anima! E i sedili: duri come pietra! Da Wasserburg in poi, temevo che non sarei mai arrivato a Monaco di Baviera…”. Le diligenze seguivano gli itinerari fissi, i viaggiatori sostavano nelle locande per mangiare, dormire e far riposare i cavalli e, nel frattempo, venivano presi di mira dai borsegiatori o giocatori d’azzardo pronti a far loro alleggerire il portamonete.

L’Ottocento è l’epoca dell’avventura in cui il viaggio diventa l’esperienza del diverso, lontano ed esotico. Dopo la spedizione di Napoleone in Egitto si diffonde la passione per il mondo orientale. Le esplorazioni fatte di persona (prevalentemente dai britannici e francesi) produssero libri di vario genere: dai semplici diari di viaggio a quelli archeologici, antropologici, etnografici, filologici, storici ed estetici. Fu Chateaubriand nel 1806 ad inaugurare quello che sarebbe diventato l’itinerario canonico del viaggio in Oriente seguito, con piccole varianti, da tutti i viaggiatori. Prevedeva seguenti tappe: Egitto, Palestina, Costantinopoli, Grecia, Asia Minore e Siria. Leggere oggi il suo L’Itinéraire de Paris à Jérusalem, come del resto il Viaggio in Oriente di Nerval o quello di Flaubert, è come fare un viaggio ottocentesco in questi luoghi, visti attraverso i loro occhi. Ci si rende conto dei tempi, delle distanze, dei modi di vivere e di comprendere viaggiando.

I trasporti, diventati più veloci dopo la Rivoluzione industriale con la nascita delle navi a vapore e della ferrovia, resero disponibili i nuovi stimoli, dando la possibilità di avvicinare i mondi stranieri fino ad allora distanti tra loro. Fu Thomas Cook a tenere al battesimo il turismo di massa quando nel 1841, organizzando un viaggio filantropico per tante persone, inventò quello che diventerà il turismo vero e proprio.

Oggi siamo tutti viaggiatori, chi più chi meno. Per alcuni è una necessità di lavoro, per altri una necessità dello spirito. Per quelli come me viaggiare è un modo di vivere.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. don jose ha detto:

    Una necessità dello spirito….un’esigenza vitale: viaggiare fa bene alla salute fisica e mentale!!!

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